C’è un tempo in cui fede, natura e tradizioni popolari si intrecciavano in un oggetto semplice ma ricco di significato: il rosario. E nel Varesotto quel rosario poteva nascere da un’insolita materia prima, le castagne d’acqua del Lago Maggiore e, soprattutto, del Lago di Comabbio.
Si tratta dei frutti della Trapa natans, una pianta acquatica che cresce nei laghi della fascia prealpina. I suoi frutti maturano sott’acqua, a una profondità di circa uno o due metri, e sono commestibili: il loro sapore ricorda quello delle comuni castagne. Una volta essiccati, però, diventano estremamente duri e resistenti, caratteristiche che li rendevano ideali per essere lavorati.
Secondo la tradizione locale, i pescatori non si limitavano a raccogliere questi frutti per l’alimentazione. Dopo l’essiccazione li foravano e li trasformavano nei grani dei rosari, destinati ai pellegrini che raggiungevano il Sacro Monte di Varese. Quei rosari venivano poi venduti nelle bancarelle lungo il Viale delle Cappelle, diventando un ricordo prezioso del pellegrinaggio.
L’usanza sarebbe nata dopo la realizzazione del Viale delle Cappelle, nel XVII secolo, quando il borgo iniziò a essere conosciuto anche come Sacro Monte del Rosario. Da allora, questi manufatti rappresentarono un perfetto incontro tra spiritualità e identità locale, valorizzando le risorse offerte dai laghi del territorio.
Oggi quei rosari raccontano una storia poco conosciuta ma affascinante: quella di un territorio capace di trasformare un frutto spontaneo in un simbolo di devozione, tramandando una tradizione che unisce il patrimonio naturale, l’ingegno artigianale e la memoria del Varesotto.


